giovedì 29 settembre 2011

Pazzo.....come un cavallo

In un tempo lontano e confuso, un ragazzo stava camminando per strada, con lo sguardo volto in avanti, ma più orientato a guardare la terra che passava sotto i suoi piedi piuttosto che prodigarsi in sforzi visivi per rendere nitido l'orizzonte.
Quella camminata  claudicante e barcollante era una caratteristica del ragazzo stesso, un modo di procedere che era nato con lui, cresciuto con lui, consolidato nei suoi passi e nella sua mente, nei suoi occhi e nelle sue azioni, e gli faceva paura.

Non capiva perché il mondo che girava attorno procedesse ad andatura regolare e a lui toccava invece inciampare sui suoi passi e molto più spesso sui suoi pensieri. Invidiava gli sguardi sereni e spensierati dei suoi amici, i sorrisi che incorniciavano la naturalezza di visi che per lui erano miraggi, le azioni leggere e automatiche di ragazzi e ragazze che condividevano con lui solo il calendario che passava ma non di certo il peso di quei giorni che ogni giorno diventavano passato.

Quel suo passo acquistò il greve peso dello smarrimento, a tal punto da farlo salire su un cavallo, un cavallo indomabile e furente, incomprensibile e impossibile da sellare. Quel cavallo era la sua testa, era la somma dei suoi pensieri, delle sue angosce e della sua incapacità a conoscere qualcosa che nessuno gli aveva insegnato. Quel cavallo era parte di lui e lui non lo voleva.

Questa è la storia di tutti coloro che un giorno scoprono che è difficile governare i propri pensieri, la propria testa, una storia comune ma lontana dal diventare comune argomento di dialogo.  capita che la mente a volte parli a qualcuno senza che nessuno gli abbia dato il dizionario per conoscere una lingua ignota. Allora si scambia quel linguaggio e quelle parole per malattia, ciò che non si conosce diventa subito ammantato di nero e porta quasi sempre nel terreno dell'ansia e della paranoia, ma questo non è il problema.

Il vero problema è che non si è ancora sulla strada per accettare che il proprio modo di essere, che all'inizio ti fa star male, non è una malattia, ma una parte di te con la quale devi imparare a convivere e a volergli bene. Per far questo a volte occorre che ci si faccia dare una mano da chi ha la possibilità di insegnarti come fare. Se non si sa guidare un auto si va a Scuola Guida, se non si sa guidare la testa si impara a farlo e non si subisce passivamente una parte di noi come se fossimo solo un insieme di acqua e chimica. Ed imparare è molto stimolante, bello e utile nel corso del tempo-
Il viaggio è spesso lungo, ma ciò che potrebbe renderlo senza fine è l'opporsi a questo bellissimo dono, perché è un dono. Il ragazzo non è claudicante, sono gli altri che non sanno camminare come lui.
Se ci mettessero in mano della glicerina si avrebbe la facoltà di decidere se usarla assieme alla nitro e far saltare tutto in aria o adoperarla per medicinali che salvano la vita, il problema vero ce l'hanno coloro che non sanno nemmeno cosa sia la glicerina.
Io la vorrei tutta la vita, perché ti costringe a crescere, ad imparare a guardarti dentro, ti obbliga a guardare la paura e a imparare a non averne e questo ti da l'opportunità di essere migliore ogni giorno che passa. All'inizio è vero, è un cavallo indomabile, ma poi lo si accarezza, gli si sussurra e quel cavallo pazzo ti porta in praterie che nessuno potra mai vedere con le sue gambe.
La suggestione è un effetto collaterale, da governare con il tempo, ma non è il fuoco della questione. A quel fuoco ci si arriva e lo si può fare soltanto con la propria volontà, ma ci si arriva. Ho visto e conosciuto persone che quel cavallo l'hanno incontrato in giovane età, convinte all'inizio di stare in un girotondo, poi con la propria forza si riesce a capire che sei tu a girare in tondo e non ti obbliga nessuno a farlo, né la saratonina del tuo cervello né le tue paure.


Allora appare chiaro che la serenità degli altri è quello che tu percepisci. L'assenza di pensieri talvolta è proprio assenza punto e basta. Ci si chiederà allora se sia meglio pensare ed essere tormentati piuttosto che non pensare a nulla, ma è la vecchia teoria dello "scemo del villaggio"... si è davvero sicuri che si perdono cose belle pensando troppo e non se le perdono invece coloro che non sanno andare negli abissi? Solo chi sa cos'è l'abisso può provare la gioia immensa dell'apice. Per toccare la felicità devi essere in grado di avere occhi che gli altri non hanno.
Si diventa cosi fratelli maggiore di se stessi, la paura di "studiarsi" si dissolve e diventa chiaro che l'unico modo per crescere nella vita (non solo di età) è parlare con noi e raccontarci che Godot lo facciamo aspettare a qualcun'altro, noi ce lo andiamo a prendere, perché se la felicità è del regno dei cieli la tranquillità è una conquista terrena e non un evento metereologico. Imparare a volersi bene diventa stupefacente, è una droga pulita che ti rimette al mondo. Per far tutto questo non esistono manuali con formule magiche o tonache talari che facilitano il contatto con l'Essenza, serve solo avere voglia di mettersi buone scarpe, continuare nel proprio passo claudicante e barcollante e con tenacia e naturalezza distogliere lo sguardo dai propri piedi ed alzarlo verso l'orizzonte, perché proprio a quello serve l'orizzonte, a camminarci incontro.

il lato oscuro della luna di silicio (FB)



Lo so ancor prima di arrivare a digitare l’ultima parola di questo post, il rischio di essere antipatico sarà molto più che un rischio, riga dopo riga si trasformerà in una certezza.
Ma d’altronde io non sono qua per farmi piacere, ma per puro piacere. Scrivere su questo blog è terapeutico: c’è chi si dedica allo yoga, c’è chi fa training autogeno, c’è chi canta (magari anche solo sotto la doccia), c’è chi si diverte a leggere blog, anche dell’ultimo arrivato in questo mondo universo chiamato rete, e c’è chi scrive, o meglio, prova a farlo.
Internet, a me sembra che ormai abbia dismesso la sua originaria funzione di mezzo di comunicazione (come lo è una tv, la radio, il telefono), e sia diventato esso stesso mezzo per mezzi di comunicazione un agglomerato dove dentro ci sta tutto, dalla tv stessa alla web radio. Non solo e non più rete web, ma vera e propria rete di persone e di contatti.
In tutto questo ha giocato un ruolo fondamentale Facebook, il social network per antonomasia, la piazza virtuale dove quasi un miliardo di persone decide di abbandonare un pezzo della propria privacy  e di mettersi a nudo…… (E qui comincia il declino)…… Ma no che non ci si mette a nudo, ci si veste di mille abiti, si mettono maschere su maschere, si recitano copioni scritti involontariamente nella nostra mente, e lo si fa spesso con naturalezza.
Su FB non ci siamo noi, ma una parte di noi, quella che vogliamo che appaia, c’è la proiezione virtuale di quello che vorremmo trasmettere agli altri riguardo la nostra persona.
Belle foto, profili in chiaroscuro, citazioni dotte e ricercate, canzoni bellissime, richiami ad articoli di giornale, semplici flash di frasi gettate li per attirare l’attenzione. Su FB c’è la nostra voglia di entrare in TV, perché FB è il figlio non riconosciuto della televisione. Ognuno ha la sua telecamera, ognuno può puntarsi addosso l’occhio del grande fratello, e ognuno decide di andare in piazza vestito con quel che più gli piace. Su FB non ci sono urli, pianti di disperazione, non si vedono foto che ci ritraggono al minimo della nostra forma, non ci sono orrori e talvolta solo errori (e parlo di ortografia). Su FB nessuna debolezza e tanta apparenza, con il rischio di non dare mai luce al lato oscuro della luna di silicio.
La mia intenzione non è quella di demonizzare il social network né coloro che ci stanno dentro (e io sono uno di questi). Esso è indubbiamente un utile mezzo di comunicazione, un sostitutivo della mail, un canale per far conoscere e amplificare una parte di noi che abbiamo comunque dentro, non c’è finzione, ma semplicemente mancanza di completezza. C’è tanto cazzeggio, è un bar con un bancone infinito nel quale l’unico alcol che servono è l’inebriante sensazione di essere un po’ meglio di ciò che si è.
Una volta una persona mi ha raccontato di non aver mai mentito, al massimo si è auto accusata di essersi limitata ad omettere: ecco su FB non si mente ma si mette qualcosa per omettere tanto altro, né più né meno rispetto a ciò che facciamo tutti i giorni con il mondo reale, ma con una platea che può essere molto più ampia e con uno spazio tempo ridotto al minimo. Su FB si cerca di cogliere l’attimo dettato dall’agenda mondiale, si getta la canna da pesca con attaccato all’amo l’esca di un aforisma, si aspetta e ci si aspetta  di tirar su un desiderato consenso fatto di “mi piace” e di commenti.
Pensiamoci, se nessun “mi piace” e nessun intervento ornassero la nostra bacheca (che altri non è che un eufemismo di “vetrina”), pian piano si correrebbe il serio rischio di smettere di pubblicare. Il piacere di farlo fine a se stesso si affievolirebbe perché non irrigato dal sempre più necessario bagno di folla al quale FB ci abitua e ci rende traguardo.
Ci si pesa a suon di “amici”, ci si vanta di vacanze da sogno e di serate da sballo, ci si rincorre per arrivare prima al pianto di coccodrillo per una persona famosa scomparsa, senza nemmeno ammettere di non averla mai sentita nominare un attimo prima del suo trapasso.
E allora mi domando, perché sto su FB? Perché è come decidere di possedere un cellulare, FB è ormai un mezzo e come tutti gli strumenti non è bello o brutto o giusto o sbagliato a prescindere, è l’uso che se ne fa che lo rende inutile e stupido o utile ed interessante, e ammettiamo pure, (come succede per la TV), oggi su FB è più facile trovare carta da parati che quadri d’autore.
Il Blog invece sta a FB come una casa sta ad una piazza. La casa si può affacciare sulla piazza stessa, ma se vuoi respirarla, capirla e viverla hai bisogno di entrarci, ed io ho fatto un mutuo con soldi virtuali e tempo reale per acquistare una casa blog con vista su FB Plaza e passarci un po’ di tempo per rilassarmi… come mi trovo?: “mi piace”!

lunedì 26 settembre 2011

Con....dono Morale

“In Italia bisogna purificare l’aria ammorbata dai comportamenti licenziosi”, “la questione morale non è un’invenzione mediatica”, “la piovra della corruzione va combattuta al pari dei comitati d’affari”: parole nette e inequivocabili quelle pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione del consiglio permanente dei vescovi.

Ma guarda cosa sono costretto a fare: vestire i panni dell'avvocato delle cause perse (e questa non è una novità), e andare controcorrente (e anche questa non è una novità). 
Le parole del capo dei Vescovi, il card. Bagnasco, sono state nette, chiare, di duro attacco al Premier Silvio Berlusconi (anche se non viene mai citato in maniera esplicita per ragioni di bon ton). I giornali di sinistra ne danno ampio risalto; le prime pagine del "Fatto quotidiano" e di "Repubblica" sembrano avere come sottotitoli ombra un liberatorio "Era ora". Berlusconi deriso, Berlusconi immondo, Berlusconi corruttore, Berlusconi imputato principale nel nuovo tribunale dell'inquisizione sulla questione morale.

Sia chiaro, io mi ritrovo in molte parole pronunciate dal cardinale, ma questi miei pensieri non diventano più giusti perché pronunciati dalla Chiesa Cattolica. Non dimentico i silenzi della stessa Chiesa durante decine di situazioni dove tutto ciò che vediamo oggi era già chiaro ed evidente, le leggi ad personam, la depenalizzazione del falso in bilancio, gli amici condannati per mafia con sentenza definitiva, i tanti processi prescritti, i condoni fiscali, i condoni edilizi, la politica per gli immigrati, le sante alleanze con la Lega Nord e il suo neopaganesimo... Io non dimentico. Parlare oggi, alla fine della parabola berlusconiana. è come colpire alle spalle un nemico in ginocchio. La morale quando la si vuol sollevare a questione non dovrebbe prevedere atteggiamenti intimidatori di fronte a chi detiene il potere ed è all'apice della sua carriera politica. Silvio berlusconi ha varcato le mura della città del Vaticano in maniera ufficiale appena sette mesi fa, in occasione dell'incontro bilaterale Italia Santa Sede per l'anniversario dei Patti Lateranensi e del Concordato, ben dopo il Rubygate e l'affondo della sua ex moglie Veronica Lario.

E non dimentico le crociate ecclesiastiche contro il referendum sulla legge 4o (quello della procreazione assistita), non dimentico gli altari trasformati in tribune, non dimentico la lotta contro Beppino Englaro, disegnato come un debole uomo incapace di amare quel che restava di sua figlia. Non dimentico la negazione dei funerali a PierGiorgio Welby e le cerimonie religiose per mafiosi trattati come santi e arricchiti dal popolo con il "titolo" di Don (come a dire "...nel nome del Padre, del Padrino e dello Spirito Santo").

Non mi scordo l'elenco dei nuovi peccati capitali, dove al primo posto svettano quelle abominevoli coppie che ricorrono alla fecondazione assistita, ancor prima di coloro che inquinano l'ambiente e fanno uso di droghe.

Non dimentico e non mi scandalizzo, perché per me le posizioni di Santa Romana Chiesa sono legittime, non lo è invece il richiamo ad una declinazione legislativa per quelle che sono esclusivamente questioni morali. La libera Chiesa in Libero Stato è una formula universale vera soltanto a metà. La Chiesa non ha mai smesso di cercare di rendere la giustizia un po' meno divina e un po' più terrena. 
Libertà di tribuna ad una religione che ha caratterizzato anche la nostra crescita culturale, ma la sfera della laicità dello Stato per me è più sacra delle mura del Varticano.

E' per questi motivi che ritengo legittime le opinioni morali del Cardinal Bagnasco, ma non gli do assolutamente nessun peso. Non posso renderle arma di attacco politico solo quando conviene alla mia causa. Bagnasco parla alla sua comunità di fedeli e i media contribuisco a regalargli una platea sociale smisurata.

Ora non resisto alla mia deriva morale, voglio provare l'ebbrezza di salire su un altare, anzi no, preferisco un palco (è decisamente più laico). Rubo parole tronfie di retorica ma molto vicine al ragazzo che ero allora (1994) e che forse non ho mai smesso di essere:
"Io credo che a questo mondo
esista solo una grande chiesa
che passa da CHE GUEVARA
e arriva fino a MADRE TERESA
passando da MALCOLM X attraverso
GANDHI e SAN PATRIGNANO
Arriva da un prete in periferia
che va avanti nonostante il Vaticano."

Con tutto il rispetto di chi crede in una sola Chiesa, Santa, Cattolica e Apostolica... in fondo ci credo anch'io, un po' come Lucio Dalla in Piazza Grande, a modo mio.

venerdì 23 settembre 2011

Lo spaventapasseri e la Cornacchia

Un Milanese salvato dalla Lega Nord non dovrebbe di per se far notizia. Un deputato salvato dalla Casta purtroppo non fa più notizia da tanto tempo (si limita a creare indignazione). Un Parlamento che si attacca come una sanguisuga alla propria posizione, senza tener conto che fuori è cambiato tutto rispetto alle elezioni del 2008 non è una novità sulla quale spendere parole e richieste, d'altronde si chiama abitudine quel processo mediante il quale un comportamento si ripete in maniera costante, annacquando le reazioni circostanti alle conseguenze del comportamento abitudinario.

Siamo quindi stati abituati alla rassegnazione, condita di rabbia ma affogata di impotenza, Siamo diventati sempre più spesso incapaci di sussultare di sdegno di fronte alle ingiustizie che ci piovono sopra la testa, e limitiamo la nostra contrarietà a parole che si perdono assieme ai fondi del caffé che abbiamo appena consumato.

I nostri occhi si sgranano e le guance assumono quel rossore tipico della rabbia quando vediamo i "potenti" che se la cantano e se la suonano, quando i politici si perpetuano all'infinito, quando le giovani leve che dovrebbero diventare la nuova classe dirigente hanno si scarpe nuove ma portano in testa cappelli vecchi e consunti che qualcuno ha appoggiato loro sopra il capo (ma che più spesso sono stati loro stessi a richiedere tendendo la mano in segno di grazia).

Ora ho ben chiaro che la direzione del cambiamento non può che passare attraverso  la via dell'indignazione, ma per percorrere a testa alta quella via bisogna realmente assumersi la responsabilità di spogliarsi dalle mille caste a cui apparteniamo. L'Italia è una società basata sulle Caste ben più della lontana India. Non è possibile toccare nulla in questo Paese museo, non si toccano le pensioni, non si toccano gli ordini professionali, non si toccano le rendite di posizione, non si toccano gli scatti di anzianità, non si tocca la mancanza di progressione per merito, non si tocca il proprio orto, si è tutti spaventapasseri senza rendersi conto che qualche volte ci vestiamo da cornacchie.

Solo allora la sana indignazione sarà un'arma da estrarre dal fodero, accompagnata dalla propositività delle azioni che assume ben più forza e vigore dello slogan urlato al cielo.

Se il Parlamento salva un deputato dall'arresto, rendendolo più uguale degli altri di fronte alle legge, occorre ricordarsi nel momento di esercitare il proprio diritto di voto. Se la Regione Marche dice di voler rimodulare i ticket sanitari a seconda del reddito e poi nei fatti non lo fa (al contrario della vicina Emilia Romagna), occorre ricordarsi. Se non si trova nessuna convinzione nello scegliere l'alternativa, occorre diventarla in prima persona o al limite non sceglierla, per non assumersi concorsi di colpa.

L'indignazione ha solo una sorella che può percorrere con lei la strada che porta ad un Paese veramente diverso da quello di oggi, e non si chiama speranza (quella lasciamola alla Chiesa), ma si chiama Coerenza. Indignazione e Coerenza, le uniche due figlie naturali di un Uomo Nuovo.

Allora non si avrà più spazio per signori in cravatta verde che appendono cappi a Montecitorio e dopo qualche anno dicono No ad una richiesta d'arresto per un deputato, né a saltimbanchi che professano una diversità morale e poi non si accorgono di avere mille conflitti d'interesse in rivoli di società partecipate e baracconi statali, parastatali e affini.

Ora, coerentemente con quanto scritto, ho deciso di andare ad annaffiare il mio orto..... quello vero!

mercoledì 21 settembre 2011

i migliori Danni della nostra vita

C'era una volta, o forse erano due, o tre, o quattro, o magari nessuna, o perché no, centomila!

Centomila, come le occasioni che si sprecano per dimostrare a se stessi di poter essere una persona migliore; centomila, come le situazioni che si perdono per dimostrare agli altri di essere una persona migliore; centomila, come le volte in un giorno che il nostro cuore batte ricordandoci di essere vivi per "miracolo"; centomila, come gli occhi che si voltarono a guardare il cielo, aspettando il momento in cui sarebbero arrivati "loro"; centomila come il numero di telefonate inctercettate tra il nostro premier e il signore che gli rimediava la merce, e mi batte una volta di meno il cuore sapendo che per merce si intendono le donne (preferivo un premier tossicodipendente che ninfomane); centomila come le vecchie mila lire che appena dieci anni fa ci facevano sentire ricchi, consapevoli che non sarebbero finite dietro a mille spese che non riusciamo più a coprire con la corta coperta dell'euro; centomila, come i momenti in cui i nostri genitori ci hanno fatto capire che tutto si farebbe per i propri figli; centomila, come i momenti in cui si sarebbe potuto dire grazie ai nostri genitori per quello che hanno fatto per noi; centomila, come le cose che non rifarei se solo ne avessi l'occasione; centomila, come i secondi che segnano momenti di felicità e che si vorrebbero far diventare minuti, ore e giorni infiniti, ma purtroppo ciò che finisce è solo il pensiero di rendere la felicità "per sempre". Centomila, come le volte che sbattono le palpebre degli occhi della persona che ami, chiudendo dietro di sè l'unico sguardo che ti ha fatto sentire "centomila", talvolta "nessuno", e quasi sempre "uno".

Centomila, come gli anni che dovranno passare prima che qualcuno dall'aldilà si ricordi di noi e si prenda la briga di venirci a salvare, dato che alla fine la storia ha dimostrato che non sia proprio convenente farlo, magari si finisce per la seconda volta appesi ad una Croce.

Centomila, ma molto spesso una, come la chance che si vorrebbe riavere per poter compiere una scelta diversa al bivio della vita che non ripassa mai più.

Non centomila, ma 26 anni, 6 mesi e dieci giorni, come il tempo che ci ho messo a dire a mio padre "avevi ragione tu, scusa per i grattacapi che ti ho dato".

Certo, i migliori anni della nostra vita ci auguriamo che siano sempre di fronte a noi, abbracciando quel pensiero positivo che è l'unico compagno possibile per una età adulta serena e per una vecchiaia saggia. La speranza è invece che siano definitivamente alle nostre spalle i migliori Danni della nostra vita, quegli inevitabili errori che si sono sposati alle cose giuste che talvolta ci è capitato di fare e che ci hanno resi oggi l'uomo che siamo..... perché spesso capita che l'errore non si capisce prima di commetterlo.

Non serve una lunga vita per comprendere che ogni cosa si potrebbe far meglio, ma spesso serve a capire che la perfezione non esiste, esiste invece la consapevolezza di accettare che l'uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Si passa dal considerarsi unico per tutti (Uno) a concepirsi come nullità (Nessuno), fino a prendere atto che esistono diversi Noi man mano che costruiamo rapporti sociali con gli altri (Centomila).

Esiste la fame di vita, e se si rimane troppo spesso a digiuno ci si prende inconsapevolemente gioco di coloro che non hanno più fame perchè non hanno più vita. Basta, esco per strada e cerco qualcuno per raccontargli una storia che comincia cosi: "C'era una volta, o forse erano due, o tre, o quattro, o magari nessuna, o perché no, centomila!"

martedì 20 settembre 2011

i (101) Programmi riprenderanno il più presto possibile

"Probabilmente vedremo due computer su ogni scrivania prima ancora di avere due automobili in ogni garage"

Questa frase non è stata scritta ai giorni nostri ma neanche alla fine degli anni '70 o nei primi anni '80. Questa frase è apparsa sulle colonne dell'edizione serale del New York Journal nel lontano 1965, e dietro quella profezia non si nascondeva la figura di Steve Jobs né quella del suo coetaneo Bill Gates (entrambi ancora poco più che bambini di dieci anni all'epoca); quelle parole si riferivano ad una macchina tanto rivoluzionaria quanto sconosciuta alla maggior parte di chi oggi usa quotidianamente un personal computer, la Programma 101, prototipo vero e proprio del primo PC realizzato da un italiano visionario e riservato, Pier Giorgio Perotto, assecondato da un'altro Italiano altrettanto visionario e illuminato e maggiormente noto ai più attempati, Roberto Olivetti.

Sul perché la Storia non abbia consegnato a Perotto, Olivetti e la loro P101 il giusto posto nel memoriale delle invenzioni più importanti del XX secolo si possono fare molte ipotesi: la mancata capacità finanziaria di una piccola azienda, troppo piccola per sfidare la ragione e abbracciare l'utopia della rivoluzione informatica, la scarsa propensione degli italiani (pre Silvio Berlusconi) a "sapersi vendere", la mancata dose di fortuna che accompagna da sempre ogni idea capace di uscire dalla testa del suo creatore e di entrare nel cuore della gente.

Tante ipotesi e una sola certezza: senza Olivetti e senza Perotto i tempi che ci hanno avvicinato alla rivoluzione digitale sarebbero stati più lunghi.

Questo post non vuol tingersi di nostalgia e non mira a raccontare di come eravamo belli e pionieri, con le mani in tasca e il sorriso sul volto, capaci di pensare al futuro semplicemente concentrandosi sul presente, ma tant'è che non sarò certo io a fermare le mie mani e la loro voglia di dar forma e sostanza ai miei pensieri.

La storia della P101 è la storia di un Paese che ha saputo arrivare prima degli altri su molti campi, che ha saputo vivere e far vivere del proprio genio, ma che non ha poi colto la vertiginosa velocità con la quale si è avvicinata la frontiera della società globalizzata, dove sempre più spesso occorre saper stare sul mercato ancor prima di rivoluzionarlo.

Ho sempre coltivato il desiderio di guardarmi alle spalle, è una deformazione personale che mi ha accompagnato negli anni del liceo e ha preso definitivamente possesso di me ai tempi dell'Università. Adoro la Storia e quello che ha da raccontarci, le terribili pagine di sofferenze che hanno contraddistinto ogni popolo, e le rassicuranti pagine che ancora oggi ci fanno dire che rialzarsi è sempre possibile.
L'elogio della Storia ha la sua massima aspirazione nel voler comprendere il Mondo di oggi attraverso gli avvenimenti di ieri. Il tutto poggia sulla convinzione che la Storia non è destinata a tingersi di toni seppia e a raccontarci con una fotografia di parole un Mondo che non c'è più. In quelle pagine, in quelle righe, nei documenti polverosi degli archivi e nei libri di cui sono stipate le nostre biblioteche non c'è il nostro passato, ma il nostro futuro. Solo comprendendo ciò che eravamo potremmo sperare di metterci alle spalle questo medioevo contemporaneo dove il resto del Mondo ci guarda con sarcasmo e ironia.

Per far questo non servono nuovi Perotto, non serve scomodare la pila di Alessandro Volta o la radio di Marconi, il telefono di Meucci o il cannocchiale di Galileo, la vera invenzione che potremmo "scoprire" in maniera collettiva è quella di essere un popolo che ha ancora tanto da dare e raccontare, e per farlo non deve per forza rivolgersi alla Storia, forse basterebbe solo conoscerla.

Cultura e Formazione sono investimenti che non potranno mai essere declassati alla voce "spese". Solo la miopia di governanti ragionieri può capitalizzare al ribasso una caratteristica intrinseca del nostro essere italiani, nata prima ancora della nostra giovane Italia.

Lucio Dalla cantava nel '70 che "l'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale", e io pazientemente e a braccia conserte aspetto che torni la normalità, perché se mai mi accorgessi che tutto questo non è destinato a finire, beh, allora mi ricorderei di essere, ancor prima di Italiano, cittadino del Mondo. Magari avrei piacere di farmi un viaggio negli Stati Uniti d'America per incontrare un'altro italiano che a suo tempo decise che il futuro se lo sarebbe andato a cercare oltre Oceano: Federico Faggin. Chi è? Semplicemente l'inventore del microprocessore, un genio, ma pur sempre italiano, non chiedetegli di sapersi vendere. Da noi lo sanno fare solo le scatole vuote.

lunedì 19 settembre 2011

La sottile linea rossa (di vergogna)

Ci si frequenta per mesi, per anni, per circostanze che sono figlie di scelte che non prevedono scelte nelle conseguenze. Si diventa conoscenti perché si ha la sorte di condividere lo stesso lavoro, o magari si diventa amici di etichetta perché si è deciso di spendere il proprio tempo libero all'interno di una stessa associazione... talvolta si diventa Compagni senza mai essere in realtà nemmeno complici.
Ci si trova a condividere la propria vita con qualcuno e di conseguenza a diventare qualcuno per tante altre persone, con le quali forse mai avresti passato un'ora della reciproca vita di entrambi.
Gli incontri e gli inevitabili scontri fanno parte della continua interazione che ci rende esseri sociali ancor prima forse di esseri umani.

Ho imparato che ci sono vari modi per relazionarsi con una persona con la quale "sei costretto" a farlo. Mi si potrà ribadire che nessuno ci costringe a far nulla, ma in realtà il buon senso e l'intelligenza ci spingono ad avere sempre rispetto per chi si ha di fronte.

Ho molti conoscenti e pochi amici, e tra i tanti conoscenti qualcuno si sceglie volontariamente di perdere, cosi come credo che il ragionamento possa valere in maniera inversa per tanti altri nei miei confronti. Quello che invece vorrei perdere per sempre è l'abitudine di vivere un rapporto in modo automatica, ossia chiedere ciò che si dovrebbe chiedere in determinate occasioni, fingere di provare gioia o stupore quando si prova sopportazione, salutare in modo enfatico qualcuno di cui non ti ricordavi nemmeno l'esistenza, accondiscendere a persone con un ruolo sociale importante come se fossero più persone degli altri.

Non dico che per non essere ipocriti occorre sputare sentenze e pronunciare ogni cosa ci passa per il cervello, ma la sottile linea rossa (di vergogna), che separa l'ipocrisia dall'essere diretti (senza porsi nessun dubbio su quale direzione si prende), è il vero filo dove l'equilibrista che sta in me cerca sempre di percorrere, spinto da folate di vento che mi portano talvolta ad avere svarioni verso il campo dei farisei e talvolta verso quello dei maleducati.
Sto cercando di imparare che mai e poi mai il mio sacrosanto diritto di avere un'opinione sulle persone potrà tramutarsi in alcun modo su un giudizio inappellabile, e mai può scivolare nell'arroganza che ti inebria quando si pensa di "essere dalla parte della ragione".
La vera ragione ha una sola parte, che non è quella che ci rende ipocriti né quella che ci rende antipatici, ma quella che ci innalza alla dimensione della saggezza.

Non si scelgono fratelli e sorelle, madri e padri, suocere o colleghi di lavoro, spesso non si scelgono compagni di viaggio e talvolta ci si imbatte in partner occasionali di qualunque fase della nostra vita. Ciò che in realtà è sempre possibile scegliere è essere se stessi, senza per forza dover recitare la parte che ci spetta da un copione scritto dalle circostanze ( e senza dover essere rivoluzionari per forza).

Si scelgono gli amici, quelli veri e non quelli su facebook, si scelgono mogli e mariti e si sceglie se credere in qualcuno che ci fa sentire meglio al Mondo.

Tutto il resto si accetta, con la convinzione che alla lunga valga molto più un atteggiamento onesto rispetto a decine di saluti o non saluti figli più del nostra origine animale che della nostra evoluzione sociale.